Ago 31
Volumi della Segreteria / ph. Duccio Zennaro

La Segreteria della Direzione centrale

Le Assicurazioni Generali avevano una doppia struttura direzionale, a Trieste e a Venezia, con competenze distinte, sancite da statuti e regolamenti. Dalla Direzione veneta dipendevano le agenzie italiane, dalla centrale tutte le altre, cui spettava trattare inoltre gli affari generali, la riassicurazione, la pubblicità, la stipula di concordati, i rapporti con le autorità governative, l’acquisto e la vendita di beni immobili, fatte salve le prerogative del Consiglio ristretto di Venezia sugli immobili italiani entro una determinata cifra. La chiave di volta tra Direzione e amministrazione era il segretario generale – dal 1909 direttore gerente -, membro della Direzione e del Consiglio di amministrazione e a capo di quello che allora si chiamava appunto Segretariato generale, una segreteria con funzioni molto ampie, che avrebbe in seguito dato origine a importanti servizi separati, come il Servizio del personale, la Direzione delle agenzie estere, poi Segreteria organizzazione, l’ufficio Banche della Ragioneria, l’ufficio stampa. Il segretario generale era una figura importante e nell’Ottocento, vacante tra l’altro la carica di presidente dal 1835 al 1909, nel ruolo si susseguirono uomini che incisero in modo determinante sulla politica industriale della Compagnia: Masino Levi, con un lungo mandato, dal 1835 al 1877, e Marco Besso, dal 1877 al 1885. Il segretario rappresentava la Compagnia nelle società partecipate (ad esempio le Anonime di Milano, la Sparcassa di Budapest, la rumena Generala, la Concorde di Parigi) e negli organi di categoria (Comité des Assureurs Maritimes de Paris), costituiva il naturale anello di congiunzione tra direzione e amministrazione, avanzava proposte, presentava studi e relazioni, unendo indiscusse competenze tecniche alla necessaria capacità di mediazione all’interno del consiglio direttivo stesso.

Marco Besso, ex libris [fine XIX sec.] / ph. Duccio Zennaro

Al nome di Marco Besso è idealmente legata la corrispondenza che si conserva della Segreteria centrale, la serie, infatti, inizia in tutte le sue partizioni proprio dal 1878 e costituisce un corpus unico quasi completo fino alla fine del 1904. Sono attestati quindi i mandati di Marco e Giuseppe Besso – segretario generale per un decennio, fino al 1895, in precedenza segretario generale sostituto del fratello Marco – e quello di Edmondo Richetti, che fu segretario generale fino quasi al pensionamento, nel 1913. Segretari generali sostituti furono Carlo Levi dal 1885, dal 1890 Edmondo Richetti, quindi Vitale Laudi fino al 1900, seguito da Gioberti Luzzati.

Marco Besso fu una figura chiave per le Generali per oltre cinquant’anni, per la sua innovativa visione in campo tecnico e finanziario. Fece il suo ingresso nella Compagnia a vent’anni, nel 1863, e ne percorse abbastanza rapidamente tutte le tappe fino all’assunzione di incarichi direttivi: agente, ispettore, segretario generale, vicedirettore, direttore e infine presidente – il primo presidente del Novecento, dopo la lunga vacanza della carica in seguito alle dimissioni di Ritter de Záhony nel 1835 – fino alla morte nel 1920. La direzione di Besso impresse una profonda svolta alla politica industriale della Compagnia, con uno sviluppo, in Italia e all’estero, basato sulla fondazione di società figlie, in sostituzione delle tradizionali agenzie estere, a partire dalla Erste Allgemeine Unfall-Versicherungs-Gesellschaft, società viennese specializzata nel ramo infortuni, attiva dal 1882. Rilevante figura del panorama finanziario italiano, studioso e bibliofilo, insistette inoltre per un forte investimento delle Generali in campo immobiliare, veicolo identitario per la Società.

Edmondo Richetti è una figura meno nota, tuttavia sicuramente da rivalutare. Esemplare della complessità di Trieste in età asburgica, apparteneva a una famiglia ebraica triestina che svolse funzioni importanti nella vita cittadina e nell’amministrazione delle Assicurazioni Generali, per almeno tre generazioni. Eugenio Richetti, assicuratore di lungo corso, fu nella prima metà dell’Ottocento anche agente delle Generali a Leopoli, in Galizia, dove nel 1855 nacque uno dei tre figli, Egidio, a sua volta dipendente della Compagnia fino al 1895 nell’Agenzia di Fiume e poi, fino al pensionamento nel 1921, in quella di Praga. Gli altri due figli, Ettore ed Edmondo appunto, ebbero un ruolo di primo piano alla Direzione centrale: Ettore, avvocato, fu consigliere di amministrazione dal 1896 al 1915, diventando quell’anno direttore, Edmondo ricoprì la carica di segretario per quasi due decenni. Anche il figlio di Edmondo, Francesco, e quello di Egidio, che portava lo stesso nome dello zio, Edmondo, lavorarono per la Compagnia.

Edmondo Richetti fu un esponente di quell’aristocrazia economica triestina che la studiosa Anna Millo ha definito “élite del potere” (L’élite del potere a Trieste. Una biografia collettiva 1891-1938, Milano, Franco Angeli, 1989): fu a capo della comunità ebraica, subito dopo il fratello Ettore, e tra i pochi borghesi che ottennero il titolo nobiliare di cavaliere (dal 1904 Richetti de Terralba). Imprenditore in proprio, tra l’altro fondatore della prima casa automobilistica triestina, l’Alba, fu presidente della locale Camera di commercio, dove rappresentava la Società.

La sua storia alle Assicurazioni Generali iniziò nel 1883,  a ventisette anni, dopo un’iniziale esperienza alla Fonciére di Budapest. I suoi primi incarichi sono legati a Carlo Levi: Richetti fu caposezione della Erste Allgemeine Unfall-Versicherungs-Gesellschaft, quando Levi ne era direttore. Nel 1884, quando Levi si dimise, fu Richetti a prendere il suo posto e così nel 1890, quando Levi lasciò la carica di segretario sostituto alla Direzione centrale, coadiuvando il segretario Giuseppe Besso, per poi diventare segretario generale a sua volta nel 1895, quando Besso fu promosso direttore. Richetti fu segretario generale fino al 1909 e direttore gerente – quando con le riforme statutarie che reintrodussero la carica di presidente il nome di questa funzione fu modificato – fino al 1913, alle soglie della scomparsa, avvenuta nel 1914. Negli ultimi mesi di servizio, quando presentò le sue dimissioni per motivi di salute, il consiglio decise di elevarlo a direttore.

Edmondo Richetti a 39 anni / ph. Duccio ZennaroTra gli ultimi documenti di Richetti, nel suo fascicolo personale, si trova un documento molto interessante: un invito a stampa per partecipare alla seduta di fondazione dell’associazione “Europäischer Staatenbund” (“Unione degli stati europei”, trad.), da lui promossa a Vienna nel maggio 1914. Proprio alla vigilia dello scoppio della prima guerra mondiale, Richetti invitava i cittadini di tutta Europa ad associarsi nell’Europäischer Staatenbund, partendo dal presupposto che tutti i popoli europei, senza distinzione di provenienza o di classe, genere o religione, desideravano la pace e l’unione fra i vari stati europei per allontanare gli spettri di una guerra.

L’opuscolo è quasi profetico e incredibilmente moderno, perché sembra anticipare di mezzo secolo lo spirito della Comunità Europea nella sua portata ideale più alta, come antidoto alla guerra. È un’unione europea che parte dal basso, perché è una rappresentanza diretta di cittadini, non di stati, e si configura come mezzo per imporre ai governi europei, in modo pacifico, senza pericolo di guerre o di anarchia, un drastico cambio di rotta della linea economica. È un documento complesso, che è tante cose insieme: è pieno di idealità, anche se fitto di numeri e statistiche, dichiara di avversare rivoluzioni e guerre, ma nel suo pacifismo è a tutti gli effetti rivoluzionario.

Maggiori approfondimenti in R. SPADA, «La mia povera persona». Il fascicolo personale di Marco Besso e A. MILLO, Marco Besso, in Generali nella storia. Racconti d’Archivio. Ottocento, Venezia, Marsilio, 2016, pp. 184-189; 190-195; su Edmondo Richetti in R. SPADA, Lunga vita ai segretari. Il pacifista Edmondo Richetti  e A. MILLO, Edmondo Richetti, Generali nella storia. Racconti d’Archivio. Novecento, Venezia, Marsilio, 2016, pp. 68-75, 76-79.

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